Analisi Avellino-Salernitana 2-3: Novellino e i suoi errori, i giocatori e la Curva Sud

Partiamo dal presupposto che questa sconfitta rappresenta, probabilmente, la più grande umiliazione mai subita dai tifosi dell’U.S. Avellino 1912. Perdere è già brutto di per sé, ancor di più tra le mura amiche, ma quando capitoli nel tuo stadio nonostante un doppio vantaggio, contro il tuo peggior nemico, è lì che si sgretola il confine che divide la parola “sconfitta” dalla parola “umiliazione”. Per molti, anche detta “tragedia sportiva“.

Il 2-3 maturato ieri sera al Partenio-Lombardi è senza dubbio uno dei punti più bassi della storia del club biancoverde. Essere avanti 2-0 a mezzora dalla fine di una partita così sentita ed importante non è cosa da poco. Paradossalmente, proprio il gol del raddoppio di Lorenzo Laverone, capace di beffare Radunovic (ex di turno proprio come l’esterno avellinese) anche grazie ad una deviazione decisiva, ha provocato ben due effetti negativi in casa irpina: innanzitutto, ha portato D’Angelo e compagni a pensare di aver già chiuso i conti con largo anticipo, sottovalutando di fatto le doti caratteriali e tecniche della Salernitana. Inoltre, la rete dell’ex Vicenza ha letteralmente svegliato l’undici granata, stimolato dai cambi ultra-offensivi di mister Bollini, consapevole di non aver più nulla da perdere.

L’ingresso di Rosina e Bocalon ha sicuramente dato nuova linfa all’attacco ospite, bravo a pressare alto e a non far ragionare la retroguardia avversaria, permettendo così a tutta la squadra di prendere campo e di trovare la via della rete. Rodriguez accorcia le distanze, Sprocati fa esplodere il Settore Ospiti con un gol da favola e Minala, a pochissimi secondi dal termine, gela i 10.000 del Partenio-Lombardi con un destro chirurgico che si infila alla sinistra del giovane Radu.

Tralasciando tutti gli “sfottò” di marca granata e l’amarezza (delusione o “incazzatura”, chiamatela come volete) sponda biancoverde, è il momento di analizzare nel dettaglio (e a freddo) i “perchè” del tracollo irpino. La prima frazione di gioco è stata figlia della pressione e della carica emotiva che hanno accompagnato questo derby, come sempre, da inizio settimana. La ripresa, invece, ha visto scendere in campo un Avellino diverso, più cattivo, più cinico, in grado di concretizzare due palle gol con Kresic e Laverone e di legittimare il doppio vantaggio ottenuto.

Dal 60′ in poi, però, qualcosa si è spento in casa Avellino. Tutti, Novellino compreso, hanno staccato la spina, andando in totale confusione. Ad essere messa sul banco degli imputati è la prima sostituzione effettuata dal trainer di Montemarano, che ha scelto di sostituire Molina (in ombra nelle ultime uscite) con Fabrizio Paghera, spostando capitan D’Angelo sulla corsia mancina e arretrando la posizione di Di Tacchio, chiamato a fare da schermo davanti alla coppia Migliorini-Kresic.

Invece di limitare le sortite offensive e gli inserimenti degli uomini di Bollini, il cambio del tecnico irpino ha spinto la sua compagine ad arretrare il baricentro e a concedere campo e spazio agli avversari. Con l’inserimento di Bidaoui al posto di un Ardemagni poco ispirato, l’Avellino è passata ad un 4-1-4-1 che vedeva in Castaldo l’unico punto di riferimento avanzato. Inoltre, bisogna sottolineare che, tralasciando il mero dato anagrafico che accompagna il bomber di Giugliano, il numero 10 biancoverde non sembrava proprio in giornata di grazia e, di conseguenza, incapace di reggere il peso dell’attacco da solo nei minuti finali (decisivi) del big match.

Eccezion fatta per un paio di sfuriate sulla fascia sinistra, Bidaoui non ha avuto il solito impatto sulla gara, complice il momento difficile che stava attraversando l’undici avellinese e il gol del 2-2 realizzato da Sprocati poco dopo il suo ingresso sul terreno di gioco. A coincidere con la rete del pari, però, è stata proprio la terza ed ultima mossa di Novellino, il quale ha deciso di puntare sulla fisicità e sulla freschezza di Lasik, che ha rilevato un Laverone poco incisivo al di là della realizzazione. Nel tentativo di “arroccarsi” nella sua metà campo a difesa di un successo preziosissimo, l’ex allenatore della Samp ha dato coraggio ai granata e di fatto trasmesso evidente “paura” ai suoi.

Con questo non si vuol certo dire che le colpe siano tutte di mister Novellino, perchè alla fine sul campo scendono undici giocatori e sono loro a fare la differenza, in positivo e in negativo. Così come gli applausi, D’Angelo e soci hanno strameritato la bordata di fischi che gli ha riservato l’intero Partenio-Lombardi, guidato da una Curva Sud splendida per larghi tratti della partita. Anche il settore più caldo del tifo biancoverde, però, è rimasto gelato al 96′ dinanzi alla rete del definitivo 2-3 di Minala, che ha scritto una delle pagine più brutte della storia del calcio avellinese, mandando in frantumi quanto di buono fatto dai padroni di casa nei primi 60 minuti di gioco.

Inutile dire che sarà difficilissimo ripartire per i Lupi, partiti con il piede giusto e con 13 punti all’attivo dopo 8 giornate di regular season, prima di incappare in una figuraccia difficilmente “perdonabile”. Sarà una settimana lunghissima per i giocatori dell’Avellino Calcio e per tutti i suoi sostenitori, alle prese con i fantasmi di una tragedia sportiva che non può e non deve compromettere il prosieguo di un’annata importante, che ha visto il sodalizio biancoverde stazionare nelle zone nobili della classifica, almeno finora.

L’imperativo è reagire sin da subito, per provare a dimenticare il tutto e a ricucire lo strappo con la tifoseria, che si è sentita tradita dal suo “branco”. Su un campo difficile come quello di Pescara, l’Avellino di Novellino è chiamata a rispondere alle critiche e ai fischi con una prestazione di spessore, figlia della rabbia e della delusione per una sconfitta a dir poco clamorosa.

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Nato il 26 dicembre 1996, frequenta la facoltà di Scienze della Comunicazione (ramo Editoria) dell’Università degli Studi di Salerno (Fisciano). Aspirante giornalista e uno dei quattro amministratori di albarsport.com.