Andy Murray, antologia di un campione diventato numero uno al mondo

Foto: It Must Be Sport

“If you can keep your head when all about you are losing theirs and blaning it in you”. Mamma Judy lo ripeteva al piccolo Andy sin da quando il giovane ragazzone di Dunblane palesava le prime difficoltà sul rettangolo di gioco. Oggi possiamo dire che gli insegnamenti di Kipling sono andati ben oltre le più rosee aspettative.

In questo 2016 Andrew Barrow Murray non poteva fare di meglio: si è scoperto “terraiolo” vincendo a Roma e raggiungendo per la prima volta l’atto conclusivo del Roland Garros, per poi proseguire la sua fantastica estate annientando, prima, l’encomiabile canadese Raonic nella finale di Wimbledon (il torneo di casa) e, dopo, dando vita ad un’epica battaglia, vero e proprio caleidoscopio di emozioni, contro la “torre di Tandil” (Juan Martin Del Potro) nella finale dei Giochi Olimpici di Rio, riconfermandosi (dopo il successo di Londra 2012) campione olimpico.

La sua annata è proseguita con l’importante affermazione in terra asiatica nel torneo di Shanga, sino ad arrivare a Bercy, dove è arrivata la ciliegina sulla torta: con il ritiro del suo avversario Raonic, per via di problemi al ginocchio destro (il canadese è a rischio anche per le ATP World Tour Finals), Andy è diventato il ventiseiesimo numero uno al mondo della storia del tennis, interrompendo il dominio, che durava dal 7 luglio 2014, di Novak Djokovic.

“If You can wait and not be tired by waiting”.

Rabbia, desiderio di riscatto, voglia di migliorarsi, tutti sentimenti che hanno spinto “Muzza” a compiere quello che a tutti gli altri sembrava impossibile, riuscire nell’impresa di recuperare quegli 8000 punti che lo separavano, ad inizio estate, dall’amico/rivale.

“If you can force your heart and nerve and sinew to serve your turn long after they are gone, and so hold on when there is nothing in you except the will which says to them: Hold on!”.

Certo, il serbo gli ha dato una mano, collezionando risultati disastrosi torneo dopo torneo, ma lo scozzese ha vinto praticamente tutto ed ora può finalmente scrollarsi di dosso le varie etichette che gli sono state affibbiate durante l’arco della sua più che dignitosa carriera (perdente di lusso, brutto anatroccolo tra i “Fab Four”, eterno secondo, quarto moschettiere).

“If you can trust yourself when all men doubt you but make allowance for their doubting too”.

Giudizi eccessivi per un tennista che ha vinto 3 Slam, 2 ori olimpici, 1 Coppa Davis (giocando praticamente da solo) e 13 master 1000, e che ora può finalmente esprimere liberamente il suo tennis, avulso da pressioni e condizionamenti, lui, campione che troppe volte ha ricevuto (e non ha dato) una pacca sulla spalla.

“Yours is the earth and everything that’s in it, and, which is more, you’ll be a man, my son!”.

About Giuseppe De Maio 5 Articoli
Nato ad Avellino nel 1996. Maturità classica e studente di giurisprudenza presso l'Università Degli studi di Salerno. Amo lo sport,in particolare il tennis,per il quale sono indubbiamente negato.
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