Avellino Calcio, Paolo Pagliuca: “Mi misero le mani addosso”

Dopo aver lasciato mesi fa l’Avellino Calcio, Paolo Pagliuca ha deciso di uscire allo scoperto e di raccontare la sua avventura all’interno dell’ambiente biancoverde, senza dimenticare di togliersi qualche sassolino dalla scarpa dopo le tante voci girate sul suo conto.

Ecco la lettera a cuore aperto apparsa sul suo profilo Facebook ufficiale pochi istanti fa:

“Tre foto che raccontano di me. Una esperienza durata sette anni che voglio condividere; un racconto che ha il solo scopo di trasmettere l’amore per una maglia che ho sempre adorato e che sarà sempre parte di me. Il 30 giugno di quest’anno è terminato un ciclo che chissà si potrà riaprire.

La mia vita con il nuovo Avellino cominciò dapprima con la juniores e poi in quel novembre 2009, in serie D, il primo allenamento con la prima squadra a Montefalcione, con Romano, Tisci, Viscido, Tarquini, D’Isanto… e poi terminata con un allontanamento a dieci giornate dalla fine dell’ultimo campionato. Sono trascorsi sette anni e dei quali potrei raccontare aneddoti, storie e particolari più o meno divertenti di un periodo della mia vita che mi ha sicuramente cambiato. Di questo devo ringraziare chi ha avuto fiducia nelle mie competenze, perché è facile essere “amico”, ma poi devi dimostrare di valere e non tradire le attese di chi le ha riposte in te; non ho mai avuto la pretesa di essere il migliore ma mi sono impegnato per esserlo o tentare di esserlo, con grande umiltà (umiltà: parola sconosciuta nell’ambiente calcistico perchè tutti sono migliori degli altri e gli altri sono il mondo intero).

In questi anni ho vissuto momenti belli e meno belli come gli allontanamenti perché storcevo il naso o perché non dicevo quello che gli altri volevano che io dicessi, e a qualcuno non stava bene, anzi, non è andata giù. Persona di fiducia vuol dire essere garante e supervisore che tutto ciò che si svolge, lo si fa nel massimo dell’impegno e della professionalità; diversamente essere latore di impressioni, spiate o pettegolezzi; l’ho sempre lasciato agli altri, ed ho pagato. Come ho pagato la popolarità che ho acquisito a causa della mia disgrazia e che a qualcuno ha dato squallidamente fastidio; e poi mi si viene a dire “t’à ‘mparà a campà”, a me, quasi sessantenne, con il mio dignitoso passato e non altri all’alba della loro carriera. Altri, i momenti esaltanti vincendo un campionato di Lega Pro, una Supercoppa di Lega, calcato il prato dello Juventus Stadium (di lì a poco avrei iniziato la mia partita più importante: quella della vita) e vissuto tre anni di serie B, tra le invidie e le gelosie, tra i pettegolezzi ed i gratuiti commenti da bar ma fatti nelle palestre a voce alta incuranti degli altri utenti che poi venivano a raccontare, o davanti ai centri scommesse, ahimè, frequentati ancora oggi da chi faceva le morali di professionalità ma che ha avuto buon gioco rientrando nel giro.

Da chi ha abbandonato le vesti umili di attento osservatore ed applicatore, indossando quelle del Gotha con arroganza e presunzione, arrivando vigliaccamente anche ad usare le mani, contro una persona che in quel periodo era debole e precario perché aveva da poco subìto il trapianto. Che venisse ora il bulletto con giacca e cravatta o il suo fido giovincello raccontapalle o i leccaculisti specializzati che tanto si atteggiano come se fossero i detentori delle verità assolute. Ma lascio qui lo sfogo, poiché “nemo propheta in Patria”, che rientra in luogo delle tante gioie, di aver conosciuto il calcio professionista, di aver frequentato persone di alto livello con le quali ancora oggi conservo stupendi rapporti di vera e sincera amicizia con stima reciproca e fraterna condivisione, di aver visto giovani crescere accanto ad altri meno giovani ma con la stessa voglia di fare bene. La maglia è stata sempre onorata, orgoglioso di averla indossata così come nel passato prefallimentare al fianco di Barbadillo e De Ponti, ed ho sempre cercato di dare il meglio di me, facendo il solo esclusivo interesse della squadra e di conseguenza, della società; sempre onesto, leale, obiettivo, sincero, e di questo cammino a testa alta, pur se qualcuno getta fango. Di me parla la mia storia prima di uomo, e per restare nello stretto giro dello sport, poi di atleta ed infine da tecnico di atletica e di calcio, di docente plurispecializzato e più volte vincitore di concorsi, e di tutto ciò che ho conquistato sul campo, dai titoli provinciali a quelli nazionali; di me parla la gente che mi ha conosciuto. Il mio livello, anche quello culturale, e so di avere la presunzione di dirlo perché ne sono fermamente convinto, è troppo alto per certa concime.

Di certo, di tutte le emozioni che ho vissuto, la più forte è stata senz’altro la vicinanza della mia gente nel momento più difficile quando lottavo contro la morte: di questo sarò eternamente grato. Allo stesso modo, sono e sarò grato eternamente a Walter Taccone che mi ha dato l’opportunità di vivere sette anni bellissimi e di cui sono fiero di conservarne l’amicizia e la stima. Ho fatto il mio dovere da tifoso, come sempre, comprando tre abbonamenti a scatola chiusa, dimostrando fiducia nelle scelte societarie, e non, come altri, che li vedevo in tribuna centrale in posizione gufo tirapiedi, ovviamente a scrocco. Mi avvio verso una nuova esperienza nel basket sperando di far bene e di avere le mie gratificazioni personali e professionali con la stessa umiltà di sempre. Grazie e sempre Forza Lupi.
P.s.Il tempo è galantuomo.”

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Nato ad Avellino nel 1996, frequenta la Facoltà di Scienze della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Salerno e collabora da circa due anni con diversi siti sportivi. Il calcio e l'Avellino sono da sempre le sue più grandi passioni, a tal punto da seguire i Lupi in casa e in trasferta.