La nuova frontiera del calcio moderno: il campionato cinese

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C’erano una volta le bandiere, quei calciatori che restavano per un’intera carriera nella squadra per cui tifavano fin da piccoli, rifiutando offerte faraoniche perché i soldi non potevano comprare una fede forte come quella calcistica.

I primi segnali dell’avvento del calcio moderno, quello tutto pubblicità e merchandising, si ebbero a metà degli anni ’90 con il mondiale giocato negli Stati Uniti e con la finale disputata all’ora di pranzo, nel caldo torrido di Pasadena, per volere delle TV europee. Che ormai contassero solo i soldi lo si iniziò a capire meglio agli albori del nuovo millennio quando Luis Figo prima e Zinedine Zidane poi, lasciarono i rispettivi club per accasarsi al Real Madrid dei galácticos, quello delle spese pazze di Florentino Perez.

Nel 2007 a far scalpore fu il trasferimento di David Beckham ai Los Angeles Galaxy: lo spice boy percepiva 5,5 milioni di stipendio annui per giocare nella MLS, la lega di soccer americana che anche negli ultimi anni ha fatto spesa di campioni in Europa, da Di Vaio a Nesta passando per Drogba e Robbie Keane. Il clamore di questo trasferimento andò via via affievolendosi grazie alla crescente popolarità che il calcio ha avuto negli States, i quali a livello femminile sono al top del mondo.

Un tentativo di investimento simile si ebbe poi in Australia, altra nazione dove il calcio non è propriamente lo sport principale. Proprio l’Australia, ed in particolar modo il Sydney FC fu la squadra scelta da Del Piero per continuare la propria carriera. Carriera proseguita, a cifre ben più alte, in quella che nel 2014 sembrava essere l’ultima vera frontiera del calcio: l’India. In quell’anno nacque la Indian Super League. Ogni squadra ebbe la possibilità di tesserare, a cifre astronomiche, campioni del calibro di Del Piero, Trezeguet, Pires, Elano e molti altri.

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Nonostante questo, e nonostante i ripetuti tentativi di paesi come gli Emirati Arabi o il Qatar di iniziare a costruire un movimento serio partendo dall’acquisizione di grandi campioni (qualcuno ha parlato di Xavi?), la nuova frontiera si spostava sempre più ad Est. No, non in Giappone dove nei primi anni 2000 un tentativo flebile c’è stato, ma in Cina.

In principio fu Marcello Lippi ed i 30 milioni di euro pagati dal Guangzhou Evergrande. Sulle orme dell’ex CT della nazionale azzurra arrivarono: Cannavaro, Gilardino e Diamanti, ma era ancora troppo poco. Forti di quelli che una volta erano chiamati i petrodollari gli investimenti iniziarono ad aumentare, nel tentativo di risollevare un movimento calcistico davvero debole. Così arrivarono Guarin dall’Inter, Gervinho dalla Roma e Ramires dal Chelsea, ma i veri colpi furono l’acquisto di Jackson Martinez per 42 milioni di euro e di Alex Teixeria per ben 50. Questi botti di mercato segnarono un punto di non ritorno. I cinesi si catapultavano nel mondo nel calcio, ma non volevano farlo solo acquistando team europei (Inter e Milan ne sono un esempio) ma volevano creare una superlega fatta di campioni ed avevano dimostrato di non voler badare a spese. Che fossero pazzi lo si era capito quando questa estate hanno offerto a Graziano Pellè uno stipendio di 17 milioni di euro l’anno, facendolo diventare il calciatore più pagato al mondo, venendo superato dopo pochi giorni da Hulk, il quale accettò di giocare in Cina per la modica cifra di 18 milioni all’anno.

Gli ultimi due colpi recenti, però, hanno scavato un solco: a queste cifre il calcio europeo non può competere. I 60 milioni pagati dallo Shangai SIPG al Chelsea per Oscar ed i 25 milioni di stipendio annui hanno indignato un po tutti ma ciò che hanno osato i concittadini dello Shangai Shenhua per ottenere le prestazioni dell’argentino Tevez è qualcosa di mostruoso. L’apache, che aveva rinunciato a gran parte dello stipendio per tornare al Boca, non ha saputo dire no ai 38 milioni annuali provenienti dalla Cina. Trentotto. 12 euro ogni 10 secondi, 400 euro ogni 5 minuti e così via. La federcalcio cinese, la cui nazionale è 150esima nella classifica FIFA, grazie ai numerosi sponsor e ai ricchi proprietari sta infliggendo il colpo finale al calcio mondiale per imporsi nello scenario internazionale.

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Tentativo riuscito? Forse. Che sia lo Shandong Luneng, lo Jiangsu Suning o lo Shanghai SIPG ormai ogni squadra ha almeno un campione in rosa. Ciò però non risolve i problemi di una lega nata solo nel 2004; il livello tecnico è molto basso e manca ancora una struttura forte capace di far appassionare la gente al mondo del calcio.

Lo sport nazionale resta il ping pong, i risultati della nazionale di certo non aiutano ma con l’avvento di Marcello Lippi alla guida dei rossi d’Oriente le cose potrebbero cambiare. L’unica partecipazione al mondiale avvenne in occasione dei mondiali nippo-coreani del 2002: 0 punti, 0 gol fatti e 9 gol subiti in 3 partite, ultimo posto ed eliminazione ai gironi. Difficilmente i cinesi riusciranno a qualificarsi per un mondiale a breve, l’ultima idea dei grandi magnati orientali, quindi, è quella di organizzarsi un mondiale direttamente in casa, probabilmente per il 2036. Gli investimenti miliardari voluti dal presidente Xi Jinping hanno un unico obiettivo: far diventare la Cina una potenza mondiale calcistica entro il 2050. Se ci riusciranno questo è impossibile saperlo, una cosa però è certa: i soldi possono comprare tutto ma non la passione e la tradizione di uno sport nato ufficialmente nel 1863 in una taverna di Londra. Cari cinesi, la storia non ha prezzo.

About Claudio Petrozzelli 5 Articoli
Nato ad Avellino nel 1992 e laureato in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali ama viaggiare ed è appassionato di calcio internazionale, storia e politica.