Latina-Avellino 3-0: lupo, che ti prende?

Nel calcio, come in tutto lo sport in generale, la fiducia è un fattore determinante. Ne cercate una prova? Non serve andare più lontano di dieci mesi fa e prendere ad esempio l’Avellino di Massimo Rastelli: una squadra sì piena di talenti, ma assolutamente non da promozione in Serie A. Eppure, galvanizzati da una stagione che li aveva visti anche primi in classifica, dall’impresa a La Spezia, Rastelli&co si sono ritrovati ad una traversa dalla finale playoff. Ora, se torniamo al presente, l’immagine che abbiamo della squadra biancoverde è ben diversa: squadra stanca che tira poco, difende male e non riesce a mettere fine a questo periodo sfortunato.

I motivi della crisi

Dalla strabiliante serie di vittorie ottenute a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno, la squadra di Tesser prima e di Marcolin poi ha raccolto la miseria di due vittorie in ben dodici giornate. A pagare è stato l’allenatore ex Ternana e Novara, usato come vero e proprio capro espiatorio. Tesser non era, forse, la soluzione migliore per l’Avellino sin dall’inizio, ma non era sicuramente da crocifiggere a questo punto della stagione. L’impressione è che, in questa annata, nella società regni un po’ di caos, con le linee di potere che non appaiono più chiare, neanche per quanto riguarda la scelta dei giocatori, e con la società che è andata in crisi dopo la cessione di Trotta. Il mercato di Gennaio doveva servire per rinforzare una squadra che appariva debole in difesa e con poco talento a centrocampo, ma gli innesti finora hanno deluso. Il risultato è che la squadra si trova allo sbando, i giocatori sembrano essere in stato vegetativo e la piazza fa rumore, rendendo l’aria pesante sia per gli stessi giocatori che per la dirigenza. Più che sciorinare i motivi di questa crisi, la sensazione è che, scusate il gioco di parole, questa sia una crisi dei motivi.

Perchè Marcolin?

Il tasto più delicato è quello che riguarda l’allenatore. La scelta di mandar via Tesser ad un punto abbastanza morto della stagione ha creato più di qualche perplessità nell’ambiente che non si è più riconosciuto nella società che, da anni, è sempre stata una delle più organizzate e decise d’Italia. La scelta del suo sostituto, poi, ha generato malumore. Non è tanto per l’inesperienza o la giovane età, quanto per il, seppur breve, curriculum. Il problema dei dubbi, però, si è prontamente concretizzato in certezze: nelle sue prime due partite, Marcolin, ha proposto una formazione (è stata la stessa sia in casa col Crotone che ieri a Latina, con un solo avvicendamento tra Visconti e Pucino) che appare sistemata in campo in maniera anche un po’ casuale. Indubbiamente la scelta del 433 aiuta, almeno teoricamente, un giovane come Insigne messo, finalmente, nella condizione di giocare nel proprio ruolo naturale. Ma, come dicono in America, on the other hand crea più di un problema ad altri, fondamentali interpreti: Castaldo non può di certo essere utilizzato sulla fascia, per cui non c’è spazio per lui e Mokulu insieme e, ad oggi, privarsi del proprio capocannoniere non sembra una scelta ne possibile ne saggia; Gavazzi è utilizzato come esterno offensivo regalandogli quella libertà di cui ha bisogno, ma si ritrova a percorrere delle distanze che il suo fisico non può sostenere e, non meno importante, priva il centrocampo dell’unico giocatore di classe a disposizione. Insomma, gli allenatori hanno una loro importanza, alle volte sono capaci di dare qualcosa in più alla squadra, avvolte riescono a coprire alcuni difetti della propria squadra esaltando altre qualità. L’Avellino è una squadra con una difesa ballerina, con un centrocampo inconsistente e povero di qualità e un attacco importante ma i cui interpreti fanno fatica a trovarsi e, in questa situazione già delicata, Marcolin non sembra essere la persona giusta per tirare fuori il meglio dai suoi e non offrire un brutto spettacolo come quello di ieri.

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