Locos Por El Futbol: intervista all’autore Carlo Pizzigoni

Pizzigoni fa parte di una corrente di pensiero giornalistica "diversa", come lui stesso la definisce. È tra quelli che vanno fino in fondo, che sanno che il calcio è influenzato dal contesto e dalla memoria storica di ogni nazione

fontefoto: concretamentesassuolo.it

Federico Buffa lo ha definito un “indignato pacificato, cattedratico di folber e letterature comparate“, e lui, dice, vuole bene al suo amico e collega. Questa è la frase di presentazione di Carlo Pizzigoni nella sua biografia sul portale MondoFutbol.com, di cui è direttore responsabile.

Pizzigoni fa parte di una corrente di pensiero giornalistica “diversa”, come lui stesso la definisce. È tra quelli che vanno fino in fondo, che sanno che il calcio è influenzato dal contesto e dalla memoria storica di ogni nazione. È stato coautore con Federico Buffa del libro di successo “Storie Mondiali”, e adesso ha bissato nelle librerie italiane, stavolta in solitaria, con il suo “Locos Por El Futbol“. Su Amazon è già diventato uno dei titoli più venduti. Non poteva essere altrimenti per un libro con prefazione e postfazione realizzate del già citato Buffa e da Lele Adani.

Noi di albarsport.com abbiamo avuto l’onore di intervistarlo, e di fare una chiacchierata sul libro già in vendita nelle librerie. Parlare con Carlo è un’esperienza unica. Se pensi di sapere qualcosa sul calcio, confrontandoti con lui sentirai un vuoto cosmico, per i contenuti e le storie che ha da raccontare. Capace di trasformare una formale intervista in un’immersione nel suo mondo, con analisi approfondite e affrontando temi difficili, come la storia di Andrés Escobar e il disastro Chapecoense che ha sconvolto il Sud America. Carlo ne parla evidentemente provato. Lo ringraziamo per il tempo dedicatoci.

“Locos Por El Futbol”, il tuo secondo libro dopo quello pubblicato insieme a Federico Buffa. Il racconto del calcio sudamericano, visto da un esperto del settore. Come è strutturato il libro ?

“Ogni capitolo è dedicato a un paese e per ognuno di esso ho cercato una linea guida che partisse da quando si è iniziato a giocare a calcio fino ai giorni nostri. Molti avvenimenti si legano alla storia politica e social del paese. Ci sono capitoli più lunghi e alcuni più corti, ma ho cercato di trattare tutte le nazioni sudamericane. La mia idea di base era raccontare la storia del calcio sudamericano, visto che in Italia ancora non è stato trattato. All’interno di ogni capitolo ho inserito delle minibiografie dei calciatori simbolo del paese di riferimento, e ho cercato di raccontarli fin dai loro primi passi, cercando le loro origini e non parlando di argomenti risaputi. Ci sono approfondimenti anche su calciatori meno conosciuti, come Spencer, figura importante del calcio ecuadoregno”.

Quando e come nasce il tuo amore per il Sud America?

“L’amore per il Sud America ce l’ho da sempre. Ti racconto un aneddoto: ai tempi dell’Unviersità stavo seguendo un corso molto bello di letteratura ispanica, e mi incuriosivano gli autori. Andavo spesso nelle librerie di Milano a leggere libri. Un giorno mi incrocia un signore distinto, italo-argentino, e iniziamo una bella conversazione. Mi ha consegnato una lista di libri da leggere sull’America, e da lì ho tentato di immergermi in quel mondo. La cosa strana è che io quell’uomo non l’ho mai più rivisto, è stato quasi un segno magico. La presentazione del libro a Milano l’ho svolta proprio in quei luoghi. Tutto ciò mi ha trasportato in un altro mondo. Quando c’era la possibilità di pubblicare un secondo libro ho subito pensato di fare una roba legata al Sud America. Ho deciso di scrivere un libro che può arrivare non soltanto ai più esperti e agli “iniziati”, ma anche a chi vuole approcciarsi al calcio sudamericano”.

Federico Buffa e Daniele Adani. Cosa ti lega a loro e perché li hai scelti per la collaborazioni nel tuo libro?

“Entrambi mi hanno aiutato nella carriera giornalistica, a tirare fuori quella positività e differenziazione. È una cosa che mi è servita molto, sono stati dei maestri di pensiero. Mi è sembrato giusto proporgli una collaborazione. Devo dire che secondo me sono due tra le migliori voci del panorama giornalistico italiano. Il nostro movimento, parlo di quello calcistico e non solo giornalistico, ha bisogno di questi profili. Il calcio va preso come una cosa seria, ma con rispetto. Fede e Lele hanno rispetto di quello che trattano, riconoscono che quando si parla di calcio, si parla con persone e uomini, e raccontare lo sport significa anche raccontare le persone. Mi pongo sempre questo tipo di domanda”.

 

Potrà sembrare banale, ma è una domanda da farti. In copertina oltre Pelé ci sono quei due argentini. Se fossi un allenatore, e dovessi scegliere chi avere nella tua squadra tra Messi e Maradona. Chi sceglieresti?

“La copertina secondo me era la più efficace. Per rispondere alla difficile domanda, me la cavo con quello che mi ha detto Victor Hugo Morales, storico telecronista argentino: “dalla cintola in giù Maradona e Messi sono sullo stesso livello, dalla cintola in su probabilmente Maradona ha qualcosa in più”. Io abbraccio questa definizione, ma la sfumo un po’. Su Messi si sono dette cose che non sono vere, e credo che dal punto di vista tecnico possa essere considerato superiore a Diego, visto che gioca in un calcio diverso, più avanzato, con una preparazione atletica superiore ed è ovviamente più difficile affermarsi. D’altra parte sono stato in Argentina quando Maradona da tempo non faceva ritorno nel suo paese, era l’epoca del Siviglia. In televisione avevano ideato un countdown per il suo ritorno, come se dovesse arrivare il Messia. Una volta tornato, la gente ha cominciato a dividersi tra chi lo voleva bene e chi lo odiava per i suoi atteggiamenti in campo ed extracalcistici. Il popolo argentino è così, molto particolare. Ma credo che siano coloro che sanno raccontare meglio di chiunque altro il calcio”.

Tra i tanti dei del calcio nel libro parli anche di due icone del calcio colombiano. Il primo è Valderrama, il secondo è Andrés Escobar. Uno tra i migliori talenti che la Selecciòn abbia mai visto, l’altro ucciso dopo il Mondiale del ’94. Perchè questi due, rappresentano le due facce della Colombia, di come la società possa influenzare il calcio?

L’autogol di Andrès Escobar a Usa ’94

“Il Pibe (Valderrama ndr) è un’icona assoluta del calcio colombiano, giocatore unico. Sono stato nella sua città natale, Santa Marta, ho cercato di incontrare la sua famiglia ma non gradiva molto l’approccio con i giornalisti. È senza dubbio tra i tre migliori calciatori colombiani della storia. Ho viaggiato in Colombia, ci vado spesso, almeno un paio di volte l’anno. Soffro insieme a loro di questa etichetta che noi gli abbiamo affibiato. Loro ne soffrono. Mi è capitato più volte che un tassista mi abbia detto che noi europei pensiamo che siano tutti narcotrafficanti. La storia di Andrès Escobar che racconto è un risarcimento che voglio fare al popolo colombiano, da europeo. Andrès, come tutti pensano, non è stato ucciso per quell’autogol a Usa ’94. Si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Uomo simbolo della Colombia di Maturana, per i suoi comportamenti dentro e fuori dal campo, è stato ucciso nel periodo successivo alla morte del suo ominimo Pablo Escobar, quando Medellìn era un far west. Tanti colombiani sono morti così. Ho cercato di prendere dei contatti con la famiglia di Pablo, ma non per mitizzare la figura di un delinquente. Ho cercato di capire perché una parte della popolazione lo amava. C’è una curiosità che mi ha colpito davvero: volevo parlare con il fratello, che è anche stato commissario tecnico della Nazionale di ciclismo colombiana, alla fine ho avuto una conversazione con il nipote. Una delle persone più serie della famiglia. Sono stato nella casa che fu di Pablo, che si trova in alto su una collina di Medellìn, sopra la vallata. E da lì, si vede la zona dove è stato ucciso Andrés Escobar”.

Il mondo del calcio è stato scosso dalla tragedia Chapecoense…

“È difficile parlarne. La storia sportiva è molto interessante. Ha avuto un input in più da quando è arrivato Caio Junior. Purtroppo è una squadra che resterà nella storia per quanto successo. Mi viene in mente una cosa in merito a Chapecò. Si trova a Santa Catarina, uno dei posti più alti di tutto il Brasile rispetto al resto del territorio. È uno dei pochissimi posti diversi dagli altri, è unico e differente. Lì, sulle alture, nevica…”.

Rimanendo nel Nuovo Mondo, ma spostandoci più a Nord, troviamo il campionato statunitense. La Major League Soccer sta investendo denaro sul mondo del calcio. Esempi chiari sono gli arrivi di Giovinco nel pieno della sua maturità, o della stella paraguaiana Miguel Almiròn, che ha scelto Atlanta United nonostante numerose richieste nel calcio europeo. Il “soccer” sta crescendo, ma a che livelli può arrivare?

“Ti racconto una conversazione con Federico Buffa in merito. Una delle nostre chiacchierate notturne, accompagnate da buon vino e cibo di qualità. Lui mi diceva che secondo lui la vera svolta, tecnica e commerciale, ci sarà quando le squadre statunitensi parteciperanno alla stessa competizione continentale di quelle del Sud America. Non so se sia possibile, e quando sarà possibile, ma una Libertadores unita è stata vagheggiata. Certo che oggi come oggi, il calcio MLS dal punto di vista tecnico deve crescere. In questo periodo l’avvento di Klinsmann è stato un grande ostacolo per l’MLS. Hanno preso la palla al balzo alla prima sconfitta, un incidente di percorso, per cacciarlo. Era appena iniziato l’esagonale, non c’erano i motivi per esonerarlo, visto che la qualificazione ai Mondiali 2018 in un girone del genere non è in dubbio. Klinsmann, però, consigliava a molti calciatori di andare a giocare in Europa, e ha puntato soprattutto su calciatori che giocano all’estero. La visione della Lega è differente, e ci sono stati contrasti. Uno scontro che ha portato all’allontanamento. Anche se io penso che Jurgen abbia svolto un ottimo lavoro, portando la nazionale statunitense ad una semifinale di Copa America, mica poco. E sono convinto che i risultati di una Nazionale fanno da traino per lo sviluppo del campionato. La visione di Klinsmann era molto più lungimirante”.

Il talento sudamericano che nessuno conosce e di cui sentiremo parlare.

“Nicolas Benedetti del Deportivo Cali. Un giocatore di assoluto talento”.

Un altro tuo progetto è MondoFutbol. Raccontaci come è nata l’idea di creare un portale diverso dagli altri, e quali sono gli obiettivi futuri.

“La mia idea è quella che ti dicevo precedentemente riguardo al modo di fare giornalismo. La nostra idea è quella di proporre il calcio in giro per il mondo, raccontare culture diverse, avendo sempre rispetto per questo sport. Spesso ci agganciamo alla storia e alla cultura di un paese per raccontare storie di sportivi. Nessuno è Gianni Brera, ovviamente, nessuno è uno scrittore, vogliamo raccontare il mondo del calcio da un altro punto di vista. Federico Buffa e Lele Adani ci hanno dato una grande mano per farci crescere. Abbiamo optato per la fidelizzazione del lettore con il metodo delle registrazioni, ma non è assolutamente una politica esclusiva, al contrario. Sono contento del gruppo che abbiamo creato io e Guido Montana, e siamo contenti del gruppo di ragazzi che abbiamo trovato. Il nostro obiettivo è anche essere una palestra per giovani appassionati di calcio, e crescere una generazione giornalistica con questo stile di pensiero”.

Intervista realizzata da Aldo Pio Feoli

About Aldo Pio Feoli 61 Articoli
Giornalista Pubblicista dal 2016, laureato in Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Salerno. È Social Media Official Supporter dell'U.S. Avellino 1912 per la Lega di Serie B.Albarsport.com è la piccola creatura, nata insieme ad altri tre folli, quasi per caso.
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