Volley Lube: Jenia, la solitudine del libero battitore

fonte foto: Spalvieri

Ci sono sempre momenti con un significato superiore, che fungono da sintesi di un discorso troppo lungo e complesso. Ho come l’impressione che Jenia Grebennikov abbattuto dal servizio di Sebastian Kühner, sull’ultimo punto di Berlin Recycling Volleys – Cucine Lube Civitanova, sia stato uno di questi.

Foto Spalvieri

Non aspettava altro che la Champions, Jenia, per poter finalmente sgambare sui campi in divisa alternativa, quella che gli compete, o meglio gli dovrebbe competere, per decreto regio e benedizione papale. Sì, perché la sua routine nelle Marche non somiglia esattamente a ciò che spetterebbe di diritto a colui che, tra pochi dubbi, rappresenta semplicemente il miglior bagher del pianeta.
Solo che la Lube, oggi come ieri si è, per così dire, un attimo incartata sul numero minimo di italiani in campo. Lo scorso anno ne fece le spese Marko Podrascanin, quest’anno il sacrificato sull’altare del regolamento è il ventiseienne libero di Rennes, relegato in panchina a favore dell’italianissimo Pesaresi, chiamato a riequilibrare la quota minima degli indigeni richiesta dalle leggi della Superlega.

Grebennikov in campionato viene utilizzato con il contagocce da Blengini, che lo mette in campo per qualche giro veloce in seconda linea, a volte per una battuta jump float, altre volte per coprire le incertezze ricettivo-difensive della diagonale di posto quattro.  Chicco se lo coccola a modo suo, sperticandosi in lodi sull’umiltà e lo spirito di sacrificio del francese, certo è che vederlo relegato a comparsa della Superlega induce inevitabilmente a pensare che qualcosa, nel processo, non funzioni. Insomma, non parliamo di un buon libero, ma dell’attuale Re dei liberi e questa paradossale situazione gli ha spento pure il sorriso, lui che ce l’aveva sempre stampato su quella faccia bizzarra che pare disegnata da un fumettista.
I match di Superlega di Jenia seguono il solito copione. Stufo di sedere in panchina, va prendere gli spritz per tutti al bar all’angolo la domenica e porta le pizze a domicilio nei turni infrasettimanali, come uno studente fuori sede che lavora saltuario e viene pagato a voucher, con la differenza che a lui non serve arrotondare. Semplicemente, si annoia.

Poi arriva la Champions, unica competizione in cui la Lube può schierare la formazione tipo, e lui, finalmente, indossa il suo amato completo blu. I primi minuti del match di Berlino raccontano molto sulla voglia di giocare del francese, che con i piedini rapidi e il senso della posizione copre tutto il reparto di ricezione e difende alla morte in preda al più cattivo dei balli di San Vito, quasi a dire che questa volta a prendere le birre ci manda Pesaresi e anzi, con i soldi dei voucher offre pure il primo giro a tutto il palazzetto.
L’esaltazione però dura un misero set.
La partita inizia a farsi difficile, la Lube anche se in squadra tipo subisce e inizia a sciogliersi sotto i colpi della palla alta tedesca abilmente messa sulla cattedra dal già citato Kühner, lungo palleggiatore mancino che distribuisce preciso come un orologio, serve come un indemoniato e di seconda intenzione tira saette con una velocità di braccio degna dei migliori attaccanti. L’idea di gioco non è particolarmente complessa, ma lo spilungone la nasconde bene e il muro di Civitanova finisce presto a pigliar farfalle aprendo varchi nei quali gli esterni teutonici si infilano con insperata facilità. Sempre Kühner scava il solco nel terzo set entrando in serie dai nove metri e con tre aces consecutivi battezza a turno tutta la linea di ricezione biancorossa, Jenia compreso, che paga la mancanza di ritmo partita e si porterà a fine gara il peso di percentuali drammaticamente basse: 26% di ricezione positiva, 16% di perfetta e l’odore acre della catastrofe.

La Lube avrà tempo per riprendersi, ma una sconfitta del genere patita contro una squadra di medio livello tira fuori quel pochetto di polvere che, complice il titolo di campione d’inverno, in questi primi due mesi era rimasta ben nascosta sotto il tappeto di patron Giulianelli. Bisognerebbe anzitutto trovare un senso al modo in cui è stato condotto il mercato; il problema degli italiani in campo c’era già stato, possibile che l’esperienza equivoca e non felicissima della scorsa stagione non abbia insegnato nulla? La coperta è corta, da qualsiasi parte la si tiri inevitabilmente scopri un fianco. Posti come inamovibili Christenson e Sokolov, Grebennikov titolare in Superlega implica la rinuncia ad uno tra Stankovic  al centro e Kaliberda/Cebulj in banda. Complicato rinunciare al serbo, complicatissimo inserire un martello italiano (vedi alla voce Jiri Kovar, sempre più oggetto misterioso), sta di fatto che Blengini si ritrova a gestire una bomba a mano e non avere mai la squadra migliore possibile da schierare in campionato. Per non parlare delle prospettive future: quale giocatore di altissimo livello resterebbe in un club rischiando consapevolmente di scaldare la panca per questioni che esulano dall’aspetto tecnico?

La cosa che fa più male, però, è vedere un talento di presenza così ingombrante messo in un angolo. Farlo entrare per la battuta, lui che in quanto libero nemmeno dovrebbe farlo, è il palesarsi di una profonda negazione.
Ridate a Jenia il suo vestito blu, ridategli la divisa di un altro colore (cit.).

 

 

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Sportiva da divano, pallavolista (vecchia) per scherzo, sostenitrice indefessa dei registi dal palleggio celeste.
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